Sushi vegano crudista con “riso” di cavolfiore

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Questo sushi blasfemo ha stupito anche me. E dire che io sono avvezza al sushi amodomio, vegano e con il riso per sushi integrale. Ma questa versione crudista è talmente furba da confinare con la diavoleria. Intanto permette un drastico taglio delle calorie (perchè la ciccia si vede anche se decidi di portare il kimono di seta rossa per tutta la vita) e in più fornisce un espediente per mangiare tanta verdura cruda in una veste esotica e golosa. Il sapore pronunciato del cavolfiore crudo è addolcito e mitigato dall’aceto di riso e il profumo dell’alga e quello del wasabi creano quell’effluvio inconfondibile che gli amanti del sushi conoscono bene. Pochi ingredienti, ma magici…

raw_sushi_vegan_ingredientsMa vogliamo parlare delle alghe?
Le alghe sono la mia risposta preferita alla classica domanda posta al vegano: “… e le proteeeeinee da dooove le preeeendiii???” 😀
Dopo questa risposta di solito chi ha fatto la domanda si gira e se ne va, ma se capita quello curioso o con un po’ di tempo da perdere allora posso sbizzarrirmi e parlare di Chorella, Spirulina,  Klamath, Nori… che sembrano i nomi delle fatine delle foreste incantate.

raw_sushi_veganE un po’ incantate le alghe lo sono, in effetti.
Prendiamo la nostra alga Nori, proprio quella che si utilizza per la realizzazione del sushi.
L’alga Nori è ricca di proteine vegetali facilmente digeribili e assimilabili ed è caratterizzata da un ampio spettro aminoacidico comprendente anche l’arginina, particolarmente utile per rafforzare il sistema immunitario. È ricca di acidi grassi polinsaturi Omega 3, di vitamine (A, C, niacina ed acido folico), di minerali, primo fra tutti il calcio, di oligoelementi essenziali come manganese, zinco, rame e selenio ed è, come tutte le alghe, molto ricca di iodio. Controverso e dibattuto il suo contenuto di vitamina B12, ma pare che, a differenza delle alghe azzure, come Spirulina e Klamath, la cui vitamina B12 non è biodisponibile, la vitamina B12 presente nell’alga Nori sia, almeno parzialmente, metabolicamente attiva.
Niente male, la nostra fatina.
Se poi la associamo al cavolfiore crudo la nostra ninfetta mette le ali. Certo, il signor Cavolfiore non è proprio glam, si sa. Usa un profumo che è un po’ il suo marchio, come quei signori attempati che portano la stessa colonia e fumano lo stesso tabacco per tutta la vita, quando in una stanza c’è lui, lo senti. E non è di certo un profumo che evoca mollezze libidinose, si sa… Diciamo che il signor Cavolfiore è un tipo morigerato. Fra lui e la ninfetta Nori si instaura un rapporto più che altro spirituale, loro si stimano moltissimo, ecco.

Le note di testa dell’eau de chou-fleur, piccanti e pungenti, sono date dagli isotiocianati, molecole solforate che giocano un ruolo chiave nell’eliminazione delle tossine. La cottura, soprattutto se prolungata, degrada queste molecole rendendone più labile l’efficacia, motivo per cui consumare il cavolfiore (e tutte le crucifere in generale) a crudo ne massimizza le doti nutrizionali. È inoltre ricchissimo di minerali come calcio e fosforo, di selenio, efficace nella riparazione del danno ossidativo, e di vitamina C, che gioca un ruolo chiave nell’assorbimento di ferro di cui lo stesso cavolfiore è discretamente fornito. Il sig. Cavolfiore è inoltre ricco sfondato di clorofilla, pigmento vegetale simile all’ emoglobina umana (che le vale l’appellativo di sangue vegetale) che ha proprietà antianemiche e cicatrizzanti massimizzate, aridaje, soprattutto dal suo consumo a crudo.

Le alghe e il riso di cavolfiore rappresentano la base del nostro sushi vegano crudista, io vi consiglio di creare di volta in volta ripieni a base di verdure crude di stagione. Io ho farcito il mio con cavolo rosso, carote, avocado e menta fresca del mio balcone (ultimo raccolto della stagione suppongo, visto che il mio davanzale è francese e qui sta per iniziare la stagione dello Yeti).
Un’attenzione particolare va dedicata a un ingrediente fondamentale di questo sushi perchè ne facilita moltissimo la preparazione: i semi di lino. Essi sono una miniera di acidi grassi polinsaturi Omega 3 (utili nella protezione dell’apparto cardiocircolatorio e nel trattamento dell’ipertensione e dell’osteoporosi), di manganese, fosforo, rame e magnesio e di vitamine del gruppo B.

I semi di lino vanno consumati preferibilmente in polvere, macinati in un macina caffè o frantumati in un mortaio ma solo immediatamente prima dell’utilizzo, oppure sotto forma di olio. L’olio di semi di lino, da acquistare esclusivamente se biologico ed estratto a freddo, va usato esclusivamente a freddo e va tenuto in frigorifero, i semi di lino sono infatti estremante sensibili alla luce e alle alte temperature. Nella preparazione di questo sushi i semi di lino in polvere miscelati all’acqua sostituiscono l’amido del riso svolgendone la funzione “collante”.


SUSHI VEGANO CRUDISTA CON “RISO” DI CAVOLFIORE


INGREDIENTI:

raw_sushi_veganPer circa 20 pezzi di sushi:
Per il riso di cavolfiore:
-1/2 kg di cime di cavolfiore crudo
-2 cucchiaini colmi di semi di lino in polvere miscelati con 6 cucchiaini di acqua.
-4 cucchiai di aceto di riso
-una presa di sale himalayano
Per il ripieno:
– wasabi
– menta fresca in foglie
– 1 avocado maturo
– cavolo rosso crudo a julienne
– carota cruda a julienne
– semi di sesamo
– fogli di alga nori

raw_vegan_sushiPROCEDIMENTO

– Tritare il cavolo rosso e la carota a juilenne
– tagliare l’avocado a fettine sottili
– tritare finemente le cime del cavolfiore nel robot tritatutto usando la lama a esse, oppure, in sua mancanza, grattuggiarle con una comune grattuggia per ottenere il “riso” di cavolfiore
– disporre il riso di cavolfiore in un colino dalle maglie strette e cospargere con il sale, mescolare con le mani e strizzare per favorire la fuoriscita dell’acqua di vegetazione del cavolfiore. Più il nostro riso di cavolfiore sarà “asciutto”, più sarà semplice confezionare il nostro sushi

– trasferire il riso di cavolfiore in una ciotola, incorporarvi la polvere di semi di lino miscelata all’acqua e l’aceto di riso, mescolare con cura
– adagiare sulla stuoietta di bambù un foglio di alga nori con la parte lucida rivolta verso l’esterno e orientata come nella foto sopra
– prendere una manciata di riso di cavolfiore, strizzarlo ulteriormente fra le mani in un recipiente pieno d’acqua (che vi servirà anche per sciacquarvi le mani fra un passagio e l’altro della preparazione) e disporlo delicamente sull’alga appiattendolo delicamente con i palmi delle mani, abbiate cura di lasciare libero un centimetro lungo il margine esterno dell’alga
– spalmare sul riso di cavolfiore una piccolissima quantità di wasabi con le dita o con un pennellino e disporre gli ingredienti del ripieno sul primo terzo dell’alga come mostrato nella foto
– utilizzando la stuoietta di bambù come supporto, arrotolare l’alga e il suo ripieno su se stessa, il tappetino serve da “stampo”, per ottenere un rotolo perfettamente cilindrico
– trasferite il rotolo su un tagliere e, usando un coltello ben affilato, tagliarlo a metà, diporre le due metà parallelamente l’una all’altra e tagliare in parallelo quattro sezioni trasversali per ottenere complessivamente otto pezzi di sushi

– cospargere con semi di sesamo e servire con salsa di soia e wasabi


E voi, amate il sushi? Vi piace prepararlo in casa? Avete delle tecniche o degli ingredienti segreti? E allora diteceli no?!?

 

 

 

 

 

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Pavé di salmone con vellutata di pere al pepe rosa e carote speziate

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Gli ingredienti di questo piatto si sono dati appuntamento nella mia mente qualche giorno fa. Erano tutti vestiti di rosa.

pavè_salmone_vellutata_pera_pepe_rosa_crudo_altoO quasi.

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C’era voglia di appariscenza nell’aria, non si può negare… Le bacche di pepe rosso porpora, gli scalognetti dai brillanti riflessi ramati, la maliarda pera rosa shocking, il bel pezzo di salmone color se stesso e quelle strane carote così fiere di aver sbagliato la tinta dal parrucchiere.

carote_viola_sezioneChi fosse il leader del gruppo era evidente. “Che ci fate qui? – chiedo al Signor Pavè, intorno al quale gli altri personaggi cicalavano indistintamente – cos’è sto chiasso? Che volete?”

“Che ci cucini.”

“Ok – dico io – potevate dirlo subito. Prima però voglio delle foto di quelle carote.”

“Ok!” – Dice quella più spregiudicata cominciando a spogliarsi canticchiando.

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“Hai finito? Altrimenti ne ne ritorno in frigo… – dice ad un certo punto il Signor Pavè, un po’ spazientito.


PAVÈ  DI SALMONE CON VELLUTATA ALLA PERA E PEPE ROSA E CAROTE SPEZIATE


vegan_all_purpose_velouté3Anche se potrebbe sembrare il Signor Salmone il protagonista incontrastato della ricetta, il mio orgoglio è in realtà questa delicata e deliziosa salsa vellutata alla pera e pepe rosa il cui sapore e le cui caratteristiche nutrizionali sono esattamente quelle che cercavo. Cremosa, dolce e aromatica, speziata ma con garbo, acidula quel tanto che basta a sgrassare le ricche carni del salmone. Totalmente vegana e ultra versatile, è buonissima sia calda che fredda su carne pesce, verdure e scarpette! 😉

VELLUTATA ALLA PERA E PEPE ROSA


INGREDIENTI

Per quattro persone

-Una pera William sbucciata e frullata

-Il succo di un limone

-Un cucchiaio colmo di farina 00

-Tre cucchiai di olio extravergine d’oliva

-600 ml di latte di soia biologico

-Qualche grano di pepe rosa frantumato

-Sale rosa

PROCEDIMENTO

-Allungare la purea di pera con circa 100 ml di latte di soia freddo e con il succo di limone.
-In un pentolino scaldare leggermente i tre cucchiai di olio extravergine d’oliva
-A fuoco molto basso, aggiungere il cucchiaio di farina e mescolare immediatamente con un frustino lasciando imbiondire per qualche secondo
-Aggiungere i restanti 500 ml di latte di soia caldo ma non bollente continuando a mescolare per evitare la formazione di grumi, la salsa comincerà pian piano ad addensarsi, non smettere di mescolare e abbassare il fuoco una volta raggiunto il bollore
-Una volta raggiunta una consistenza cremosa, aggiungere la purea di pera allungata con il latte e il succo di limone e continuare a mescolare con il frustino per un altro minuto circa.
-Aggiungere il sale rosa himalayano e il pepe rosa frantumato e togliere dal fuoco.vegan_pear_pinkpepper_velouté_spoon

CAROTE SPEZIATE


Per quattro persone

INGREDIENTI

-6-8 Carote, le mie erano viola, arancioni e bianche

-Olio extravergine d’oliva

-Mezzo bicchiere di aceto di mele

-Quattro scalogni

-Uno spicchio d’aglio schiacciato

-Sale himalayano

-Pepe rosa

-Cumino

-Coriandolo

PROCEDIMENTO

-Sbucciare e tagliare le carote a dadini, versare in un wok dell’olio extravergine d’oliva, aggiungere lo spicchio d’aglio schiacciato e far imbiondire leggermente

-Aggiungere lo scalogno tritato finemente e lasciar appassire a fuoco dolce

-Aumentare la fiamma, aggiungere la dadolata di carote, far rosolare a fiamma vivace per qualche minuto mescolando e aggiungere il sale.

-Abbassare la fiamma e lasciar cuocere a fuoco medio-basso mescolando di tanto, coprendo coun un coperchio ma lasciando uno spiffero in modo che il vapore non spappoli le verdure che devono rimanere sode e consistenti

-A fine cottura, dopo circa 40 minuti, aumentare la fiamma e aggiungere l’aceto di mele, far sfumare continuando a mescolare.

-Aggiustare di sale, aggiungere le spezie e servire.

PAVÈ  DI SALMONE


INGREDIENTI

Per quattro persone

-4 Pavè di salmone

-Sale himalayano

-Aneto fresco e qualche bacca di pepe rosa per decorare

PROCEDIMENTO

-Scaldare leggermente una padella antiaderente abbastanza grande e adagiare i pavè di salmone lasciando cuocere da un lato, a fuoco medio-basso per circa 3-4minuti

-Quando sarà leggermente imbiondito da un lato, con una spatola girare delicatamente il pesce cercando di non romperlo, salare e cuocere dall’altro lato per altri 3-4 minuti, girare con la spatola delicatamente e salare anche l’altro lato

-Le due superfici del pavè saranno dorate ma l’interno sarà probabilmente ancora crudo, dunque coprire con un coperchio lasciando uno spiffero, abbassare la fiamma e cuocere qualche altro minuto.

COMPOSIZIONE DEL PIATTO

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Servire il pavè di salmone con le carote speziate, la salsa vellutata alla pera, qualche bacca di pepe rosa e una fogliolina di aneto fresco.

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E ora la biologa nutrizionista che è in me prende il sopravvento, posa il frustino e la macchina fotografica e si mette a blaterare di cose serie. Non ci crederete, ma questo piatto così godurioso per la vista e per il palato, in cui le carni succulente e delicate del salmone si sposano con la salsa e con la consistenza dolce e acidula delle verdure in una armonia non solo cromatica, ma anche di texture e di sapore, è bilanciato, leggero e salutare grazie soprattutto alla presenza dei grassi polinsaturi Omega 3 del salmone utili nel controllo dei livelli di colesterolo “buono” nel sangue. Motivo questo per cui ho pensato ad una salsa di accompagnamento interamente vegetale e quindi ricca a sua volta di acidi grassi insaturi. Sarebbe bastata una bella cucchiaiata di panna o di besciamella al burro e latte vaccino (con il loro carico di acidi grassi saturi) a vanificare tutte le eccezionali proprietà nutrizionale del nostro Signor Pavè. Il latte di soia è privo di colesterolo e ricco di aminoacidi essenziali che una volta assorbiti si prendono cura delle nostre arterie ripulendole dal colesterolo “cattivo”. E come se non fosse già abbastanza ci si mettono pure le carote, con i loro antiossidanti e la loro abbondanza di fibre a svolgere un’azione protettiva nei confronti del sistema cordiovascolare.

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pavè_salmone_vellutata_pera_pepe_rosa2Noi abbiamo accompagnato il piatto con un buon bicchiere di Riesling renano ben fresco, tanto comune da queste parti.

Vi lascio con la copertina autunnale del blog, ispirata all’autunno e alla rinascita… Questo ginkgo si trova nel giardino botanico di Metz…

fall_is_regeneration_ginkgo_autunno2Alla prossima!

😉

Uovo in camicia e camicia d’uovo

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L’unica attività che farei in cucina quando torno a casa stanca e affamata la sera è sfregare la lampada magica (ne tengo una apposta sul frigo) e al limite fare quattro chiacchiere col genio sulla scelta del vino e del tovagliato.
Col tempo ho però capito che è in questi precisi momenti, quando per soddisfare bisogni primari si tende al massimo rendimento con il minimo sforzo, che il cervello umano si rinvigorisce di quella lucidità che solo un istinto di sopravvivenza affinato durante milioni di anni di evoluzione può dare. Mentre ti chiedi disperata e ora cosa diavolo cucino in 4 minuti e con un dispendio energetico limite di 10 calorie?, un lampo di genio (appunto) ti fa rispondere non solo a te stessa ma all’umanità intera, e capire che se a uno dei più spinosi e sconcertanti dilemmi esistenziali non si trova ancora soluzione è semplicemente perché la domanda è mal posta:
Chissenefrega chi è nato prima! Di certo l’uovo si cuoce prima della gallina! Eureka! Amore! A tavola!
Accendi il fornello sotto alla padella e rompi le uova felice di sapere che fra lo sprigionarsi del profumino irresistibile e lo sfamare egregiamente te e tuo marito passeranno meno di quattro minuti. Mentre metti la musica e apparecchi. Una candela accesa fra i vostri due piatti ed ecco che, come girasoli dopo la pioggia, quattro tuorli scintillano madidi di un filo d’olio e spruzzati di pepe nero e un pizzico di fior di sale. Perché non è un piatto veloce. È un piatto talmente veloce che hai anche il tempo di accendere la candela.
Ti siedi a tavola mentre il genio se ne rientra nella lampada e tu capisci che a un energumeno capace di attraversare quella fessurina puoi veramente chiedere qualsiasi cosa, e che quella vecchia lampada presa a quel mercatino dell’usato è stato davvero un ottimo acquisto.
Dopo cena, chiacchierando soddisfatti e giocherellando con le briciole sulla tovaglia, dico che anche alla domanda è più bello l’uovo o la gallina, ad un ipotetico concorso di bellezza, io sceglierei Miss Uovo e non certo per una questione di giovinezza (le zampe di gallina sono solo una questione di tempo anche per lei) ma perché si sa, l’uovo è perfetto. Aggiungo anche che l’uovo è simbolo di abbondanza, maschile al singolare e femminile al plurale, sano, serio, scopo matrimonio … ok, l’ho scelto: l’uovo è l’alimento ideale per cominciare una mia relazione stabile con un blog.
Io sono Nicoletta, NBC è il mio blog e nel mio primo post ho scelto di raccontarvi il modo in cui due grandi chef, completamente diversi tra di loro, si relazionano con un uovo.
I due interpreti in questione sono Paul Bocuse, pluristellettato cuisinier du siècle, papa della cucina per molti, e mia nonna Filippa, la cuoca migliore del mondo per me.

CAMICIA D’UOVO
Chef: mia nonna Filippa

La più remota ricetta di uova della mia memoria è la camicia d’uovo di mia nonna Filippa. Siete i primi in assoluto a conoscere il nome di questa ricetta creato dalla mia mente di bambina e gelosamente custodito fino a questo momento. (Che culo, eh?)
La sua origine deriva dal fatto che l’uovo fritto di mia nonna assumeva l’aspetto di una camicia.

Camicia_d'uovo

Da bambina, guardando le sue uova fritte, vedevo tante piccole camicine con le manichette ben piegate, in bella posa sul piatto al centro della tavola, impilate in una piramide più o meno in equilibrio, divorate da figli e nipoti mentre lei finiva di preparare la cena di cui quello, essendo la nostra una tipica inappetente famiglia dell’entroterra siculo, era solo un frugale antipasto.
Ogni uovo fritto e deposto nel piatto aveva la sua indipendenza, la sua individualità, aveva vissuto il suo momento da unico protagonista della padella in un brillante One egg show.
Mia nonna prendeva 12 uova e le metteva a dondolarsi sul ripiano di marmo della sua cucina. Poi prendeva una padellina, abbondante olio extra vergine d’oliva, una bella fiamma allegra e, uno alla volta, friggeva l’uovo lasciandolo cadere, completamente noncurante degli schizzi, da una certa altezza e con una certa verve, su un fuoco vivace che le permettesse di ottenere una cottura intensa e immediata, una bella crosticina ai bordi e un tuorlo morbido e fondente. Dopo circa 2-3 minuti nell’olio caldo, l’uovo era pronto a guarnirsi di un pizzico di sale, una macinata di pepe nero e un po’ di pecorino siciliano stagionato grattugiato.
Ma prima accadeva una cosa speciale. Mia nonna prendeva una forchetta e, con un gesto repentino e meccanico, pungeva con i rebbi della forchetta il rosso che puf!, scoppiava. Ai miei occhi questo era un sacrificio rituale magico dall’oscuro significato. Ma il bello doveva ancora venire. L’ingrediente essenziale della ricetta è la caduta dell’uovo nella padella, fondamentale nella formazione delle maniche della camicia, appunto. Mia nonna, come detto, non badava agli schizzi in cucina. Semplicemente se ne fregava. Cu mangia fa muddichi, fiuràmuni cu cucina diceva. (Traduzione: Chi mangia sparge briciole, figuriamoci chi cucina.) Faceva cadere l’uovo nell’olio bollente da un’altezza tale e con uno slancio per cui inevitabilmente il bianco si raggrumava nella padella come una macchia di pittura bianca caduta dall’alto. Splat! In questa macchia bianca io vedevo una camicia con tanto di maniche. Mah. Credo, anzi, sono sicura che lei non avesse alcuna consapevolezza di ciò. Per lei erano semplicemente ova friùti, tous simple, without any frills. Gli unici fronzoli ai quali mia nonna cedeva in cucina erano i suoi famosi sgherzetti (Traduzione: ghirigori) sulla crema, il suo biancomangiare, dalle nostre parti chiamato semplicemente crema e senza l’ombra di mandorle, la nostra cultura, quella dell’entroterra ennese, è troppo legata alla farina di grano, tant’è che anche la nostra polenta, (anche se è decisamente improprio chiamarla così perché è più una minestra di farina e verdure) la frascatula, di cui vi parlo qui , è fatta con farina di grano.
A quel punto mia nonna metteva il ripieno che ho detto prima al centro di questa camicia e poi, con i rebbi di una forchetta, fregandosene anche del teflon che si rigava, beata lei, ne piegava le maniche l’una sopra l’altra. Prendeva quindi la camicia d’uovo con la forchetta e la adagiava nel piatto. Impilava le dodici uova così fatte una dopo l’altra nella piramide che cresceva grazie a lei e decresceva grazie a noi. Nelle famiglie e in cucina stabilire dei ruoli è fondamentale.
Non mancava mai nella tavola domenicale di mia nonna anche la sua famosa cipollata rossa di cipolle bianche di cui vi svelo il segreto qui.

ŒUF POCHÉES À LA BEAUJOLAISE

Chef: Paul Bocuse

Per parlarvi di questa ricetta non ho attinto a ricordi d’infanzia ma a un libro, Best of Paul Bocuse, ses 10 plus grandes recettes tout en images, di cui letteralmente adoro la foto in copertina.
Best_of_Paul_Bocuse

Questa ricetta mi ha stregata sia per la sua facilità di esecuzione che per il suo effetto shocking sull’ignaro commensale che, soprattutto se provvederete a declamargli il piatto con il suo nome originale e con una perfetta pronuncia francese, penserà che avete inghiottito un libro di haute cuisine, che avete passato la giornata a cucinare per lui e, soprattutto se servite il piatto come frugale antipasto, che avete speso una fortuna. E invece le uova che ve lo dico a fare, il beaujolais è il vino più sfigato di Francia e l’esecuzione del piatto richiede 20 minuti di orologio. Per non perdere dunque l’occasione di spacciarvi impunemente per cuochi raffinati e facoltosi vi consiglio di non chiamare questo piatto Uova con salsa al vino anche se è esattamente ciò che sono.

Œufs_pochés_Beaujolaise_Bocuse

Il nostro amico Paul parte da una ciotola piena d’acqua fredda e ghiaccio e da un pentolino preferibilmente di 20 cm di diametro. All’acqua bollente del pentolino, sempre sulla fiamma, Paul aggiunge dell’aceto bianco. Rompe l’uovo in una ciotola e, cosa fondamentale perché esso si incamici, crea un piccolo vortice nell’acqua bollente prima di lasciarvelo scivolare dentro delicatamente. Lascia cuocere per non più di tre minuti e ne verifica la cottura con la punta delle dita, si deve sentire un po’ di resistenza. Recupera l’uovo con una schiumarola e lo immerge nell’acqua fredda. Questo ne blocca la cottura.
Paul prepara la salsa: realizza una maionese con un rosso d’uovo, un cucchiaino di mostarda, 150ml di olio di semi, 50 ml di olio extravergine di oliva leggero e un pizzico di sale.
Poi passa alla guarnitura. Taglia una fetta di pane in cassetta con un copapasta tondo in dischetti della dimensione dell’uovo e in cubetti e li fa dorare in padella con dell’olio extravergine d’oliva.
La preparazione della salsa continua: Paul versa in una padella bagnata (per evitare il contatto diretto del vino con la padella calda) un bicchiere di vino beaujolais e un cucchiaino di zucchero e riduce il tutto a uno sciroppo non troppo denso. Lascia raffreddare e lo incorpora progressivamente alla maionese.
A questo punto Paul taglia le irregolarità filamentose dell’uovo (in francese Ébarber, sbarbare) per dargli una forma tonda, e trita finemente il prezzemolo e il cerfoglio.
Paul compone il piatto: depone nel piatto fondo un crostino tondo e vi adagia un uovo in camicia. Nappa con un cucchiaio di salsa al beaujolais, decora con i cubetti di pane dorato e del prezzemolo e del cerfoglio tritati. Irrora per ultimo con un filo d’olio extravergine d’oliva e un giro di mulino di pepe (traduzione letterale dal francese utilizzata per indicare la quantità di pepe da utilizzare;-))

Et voilà!