Se non è zuppa è finger food

Non te lo aspetteresti mai da una così, eppure questa zuppa ha un’insospettabile seconda vita. Anzi due.

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NOI, VEGANI DEL LUNEDì

Zuppa di farro, quinoa e lenticchie rosse con carote e sedano rapa arrosto. Perchè noi di lunedì siamo salutisti e dopo i bagordi del weekend amiamo “punirci” con un zuppa di quelle che fanno bene. E l’indomani facciamo pure l’aperitivo, trasformando la zuppa in due facilissimi e sorprendenti finger food.

Questa qui sopra è come una signora all’antica, genuina e rassicurante, ma una tosta, che si fatica a stupire e a cui davanti a un bicchiere di vino puoi parlare di tutto, stupendoti tu di quanto sia disarmante la semplicità. Col bicchiere di vino decade ogni buon proposito di detossificazione, ma in fondo è già quasi martedì.

farroRiempiamo i calici e chiacchierando del più e del meno la signora zuppa si lascia andare e ci parla di sè e delle origini del farro risalenti all’epoca neolitica, comincia addirittura a fare la smargiassa dicendoci quanto questo cereale fosse importante all’epoca dei romani, nutrizionalmente e socialmente, e parlandoci della confarreatio per un attimo ci pare addirittura che se la tiri, ma glielo concediamo volentieri.

“Ci si sposava addentando insieme una focaccina di farro?!” – Dico io col cucchiaio a mezz’aria per compiacerla – “Ma come è eco-rustic-romantic-minimal-chiiiic!!”

La signora zuppa mi guarda compassionevole e io sento il bisogno di bere tutto d’un fiato il mio bicchiere. (No, non mi conviene parlarle del mio progetto di trasformarla in finger food, non accetterebbe, e avrebbe ragione). Poi c’è la quinoa, il suo lato più misterioso: sorella degli spinaci e della barbabietola e considerata uno pseudocereale, la quinoa ha un valore talmente importante per le popolazioni andine da essere considerata la “madre di tutti i semi”. La lenticchia rossa, detta anche lenticchia egiziana, il lato più lezioso della signora, rende infine questa zuppa un piatto nutrizionalmente completo e bilanciato e ti fa pensare a Cleopatra stimolandoti ad esercitarti con l’eyeliner davanti allo specchio, ma questa è un’altra storia.

 

Quinoa

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LE METAMORFOSI DI UNA ZUPPA

Questo ci ha raccontato questa zuppa squisita, totalmente vegetale ma equilibrata, che fornisce il giusto apporto proteico grazie alla presenza degli aminoacidi nobili della quinoa, e che permette un assorbimento ideale del ferro contenuto nelle lenticchie grazie all’associazione con il farro integrale. Godetevela col suo cappellino di verdure arrosto e il suo profumo di finocchietto in grani e di rosmarino. Un filo d’olio e due crostini. Tre. Ok, quattro. Ma in fondo è già quasi week end…

Ebbene, ne è rimasta un po’ e avrei voglia di spacciare questa idea per una romantica ricetta del recupero creativo del giorno dopo ma non è così. L’insano progetto di trasformazione era già incrisalidato nella mia testa dandomi quindi l’aggravante della premeditazione. In pratica ho fatto la zuppa per fare questi due finger food e non credo che alla signora che riposa nella pentola farebbe piacere saperlo.

E così l’indomani, durante l’aperitivo, abbiamo assistito alle metamorfosi trasformiste di questa zuppa un po’ donna, un po’ mamma un po’ Arturo Brachetti e la cosa non ci è dispiaciuta affatto, anzi.

Ecco di seguito i due cambi d’abito:

-VERRINE DI HUMMUS DI QUINOA E LENTICCHIE ROSSE CON SALSA ALLO YOGURT

-INSALATA DI FARRO, QUINOA E LENTICCHIE ROSSE CON GUACAMOLE E CHIPS DI MELA.

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Qui di seguito le dosi della zuppa per due persone, abbondanti perchè l’obbiettivo è farla avanzare! 😉


ZUPPA DI FARRO, QUINOA E LENTICCHIE ROSSE CON VERDURE ARROSTO

INGREDIENTI

-120 grammi di farro, io ho utilizzato il farro spelta, molto comune nella zona del centroeuropa in cui mi trovo
-100 grammi di quinoa rossa
-100 grammi di lenticchie rosse
-1/2 sedano rapa
-6 carote
-olio extravergine d’oliva
-sale integrale
-pepe
-finocchietto in grani
-rosmarino
-uno spicchio d’aglio

PROCEDIMENTO

-Mettere il farro in una pentola con acqua fredda e portare a ebollizione.
-In un’altra pentola fare la stessa cosa con le lenticchie e, una volta raggiunto il bollore, aggiungere la quinoa abbondamente sciacquata sotto l’acqua corrente per eliminare la saponina, sostanza di protezione del tegumento esterno del seme dal sapore amarognolo
-Far cuocere a fuoco dolce per circa 40 minuti
-Nel frattempo arrostire le verdure: sulla placca rivestita di carta forno porre le carote intere e sbucciate e il sedano rapa tagliato a listarelle, il tutto condito con olio extravergine di oliva e sale. Infornare a 200°C per circa 50 minuti mescolando di tanto in tanto.
-Aggiungere il sale in entrambe le pentole e continuare la cottura fino a raggiungimento della cremosità desiderata.
-In una zuppiera miscelate a piacere il farro, le lenticchie e la quinoa, ricordandovi di lasciare un po’ sia dell’uno e dell’altro, e separati, mi raccomando, se volete realizzare i due finger food il giorno dopo! 😉
-Aggiungere gli aromi, lo spicchio d’aglio schiacciato, il pepe nero e l’olio extravergine d’oliva.
-Servire bollente con in cima le verdure arrosto, un filo d’olio e un numero di crostini di pane che dipende da quanto avete fatto i bravi nel weekend.


VERRINE DI HUMMUS DI QUINOA E LENTICCHIE ROSSE CON SALSA ALLO YOGURT

INGREDIENTI

-Mettere nel mixer la quinoa e le lenticchie lesse, fredde e scolate
-Aggiungere il succo di un limone, tre cucchiai di olio extravergine d’oliva, pepe nero, cumino, coriandolo e tahina, la crema di sesamo in vendita già pronta ma che io amo fare in casa
-Frullare il tutto fino a ottenere una crema omogenea
-Servire nei bicchierini con la salsa allo yogurt preparata mescolando yogurt intero al naturale, sale, pepe, coriandolo, cumino, paprika ed erba cipollina e decorare con semi di papavero.


INSALATA DI FARRO, QUINOA E LENTICCHIE ROSSE CON GUACAMOLE E CHIPS DI MELA

-In una insalatiera mescolare il farro, le lenticchie e la quinoa lessi, freddi e ben sgocciolati, nelle proporzioni che desiderate; aggiungere le carote e il sedano rapa arrosto tagliati a tocchetti e qualche ravanello tagliato a rondelle
-Condire con olio extravergine di oliva, succo di limone, prezzemolo tritato, pepe nero e sale e semi di zucca

PER LA GUACAMOLE:
-Questa è la mia variante preferita e che io preparo ad occhio: un avocado maturo a puntino schiacciato con la forchetta, il succo di mezzo limone, paprika, cumino, coriandolo, pepe nero, sale, mezzo cucchiaio di cipolla tritata.

PER LE CHIPS DI MELA:
-Con l’aiuto di una mandolina affettare una mela croccante e non farinosa, come la golden delicious ad esempio, ben lavata e con la buccia, per ottenere delle sottilissime sezioni trasversali perpendicolari al torsolo.
-Cospargere di succo di limone le fettine, sgocciolarle, porle su una leccarda ricoperta di carta forno e cospargerle di zucchero di canna.
-Porre in forno ventilato a 100-120°C per circa due ore, controllando di tanto in tanto e girando con una spatolina se necessario.
-Una volta dorate, sfornare e lasciare raffreddare, solo da fredde le chips di mela acquisteranno croccantezza. Vanno consumate subito o conservate in un sacchetto di carta lontano dall’umidità, non in frigo.
Servire l’insalata, se volete nel guscio dell’avogado, con la guacamole e le chips di mela.Quinoa_farro_red_lentils_salad

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Crostatine petit beurre con confettura, frutta e im(pressioni) di Settembre

 

cesto_uva_fichi_prugne

I petit beurre. La prima volta che ho provato a farli in casa ero già qui in Francia e per ritagliarli ho usato un bicchiere, il vezzoso stampino feticcio mi stava un po’ stretto.Da allora li ho fatti e rifatti tante volte  e sempre sbagliando le dosi, cioè facendone una quantità sistematicamente insufficiente che sparisce  in un universo parallelo appena varcato lo sportello del forno, e sempre stravolgendone la forma, Monsieur Petit beurre non me ne voglia.

Il mio personale oltraggio alla forma dei biscotti di Nantes continua su queste pagine perchè ho osato nientepopodimeno che trasformarli in una crostata.

Mi serviva infatti una base che riuscisse a sostenere il peso della crema pasticcera (tanta) e della frutta fresca (tantissima) che mio marito voleva sulla torta di compleanno quest’estate. La crostata con crema pasticcera e frutta fresca è un dolce solo apparentemente di facile esecuzione. O meglio, se ci si accontenta di una pappetta informe sotto uno strato di crema e frutta è il dolce più facile della terra, ma purtroppo non è il mio caso.

Mi serviva un impasto gagliardo, fiero e con una personalità decisa. Sognavo una torta in cui la crema pasticcera e il guscio di pasta si tenessero per mano accettando le proprie differenze e lavorando insieme contro il misero, inevitabile spappolarsi della base sotto il peso della crema e della frutta fresca dopo neanche un’ora di frigo, un classico, una vera e propria piaga. Sentivo di dover dare il mio contributo alla risoluzione di questo annoso problema, questa divenne la mia missione di quei giorni d’estate.

Crostatizzai quindi i petit beurre. L’impasto liscio e poco permeabile dei piccoli biscotti nantesi mantenne la sua croccantezza e la sua caratteristica sfogliatura che si rivela ad ogni morso persino sotto i due litri di crema pasticcera e al chilo e mezzo di nettarine che lo sovrastava.

Fu un successo.

Oggi propongo un ulteriore cambio di forma, stavolta dimensionale. La crostata diventa ‘ina anzi, ‘ine, perchè sono tre. E si riempie di frutta di Settembre, uva, prugne e fichi. E di confettura di mele cotogne cotta al microonde. (Io sono microwaves oven addicted, sono sempre stupefatta dalla sua versatilità e comodità, ho una bella lista di roba microondabile, ve ne parlerò prossimamente su questi schermi.)

Ma ora basta parlare di forma e andiamo alla sostanza:

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Vediamo come si fa…

Per la confettura di mele cotogne al microonde:

INGREDIENTI:

-500 gr di mele cotogne sbucciate e tagliate a pezzetti

-200 gr di zucchero semolato

-Qualche goccia di succo di limone

PROCEDIMENTO:

-Versare tutti gli  ingredienti in un contenitore adatto alla cottura al microonde e cuocere a 750 watt per dieci minuti

-Mescolare e cuocere alla stessa potenza per altri 10 minuti

-Verificare la cottura con la prova piattino (la confettura è pronta se una goccia fatta cadere su un piattino leggermente inclinato scivola con un po’ di difficoltà)

Quando la confettura è pronta, versarla ancora bollente nei vasetti sterilizzati, tapparli e capovolgerli per creare il sottovuoto.

 

Per la sablé Petit beurre:

 INGREDIENTI:

(per circa sei crostatine)

-250 gr di farina 00

-100 gr di zucchero al velo

-100 gr di burro salato

-63 ml di acqua

-1 gr di fior di sale

-4 gr di lievito chimico per dolci

PROCEDIMENTO:

-Far fondere in un pentolino burro, acqua e zucchero e spegnere una volta raggiunto il bollore

-Una volta freddo, aggiungere al miscuglio la farina setacciata con il lievito e il sale, formare una palla e far riposare in frigo, ricoperta da cellophan, per circa un’ora

-Stendere una sfoglia di circa tre mm di spessore e foderare con essa gli stampini da crostata imburrati e infarinati

Ora che abbiamo impasto e confettura, passiamo alla COMPOSIZIONE DEL DOLCE:

-Riempire i gusci di sablè con la confettura di mele cotogne fino all’orlo e infornare a 180° percirca 20 minuti

-Nel frattempo preparare la frutta: tagliare a fettine sottili i fichi e a spicchi le prugne e incidere con una croce gli acini di uva nera.

-Trascorsi i 10 minuti adagiare la frutta sulle crostatine e cospargere di zucchero di canna.

-Reinfornare e continuare la cottura fino a ottenere la doratura ottimale della sablé e la caramellizzazione della frutta in superficie.

Sformare le crostatine e servire tiepide o a temperatura ambiente.

settembre_frutta_crostatine_fetta

crostatine_fichi

Settembre è un mese che amo, come traspare vagamente da questa immagine che ho elaborato lasciandomi ispirare da un fico e dalla sua prorompente voglia d’amore…

I_love_septemberMa.

C’è un ma.

Mi è rimasto nella mente un retaggio scolaresco e infantile odoroso di quaderni nuovi, di diario fiammante e di zaino di Poochie, il cagnolino con le orecchie rosa che lobotomizzava noi bambine negli anni ’80, molto ma molto prima che Kitty dicesse Hello.

Da bambina ogni anno a Settembre c’era odore di fichi e di aria che si rinfrescava e di costumi da bagno riposti negli armadi e di trucioli e di matite ben temperate in fila nell’astuccio rosa orecchiuto e peloso, ed era molto bello e nostalgico tutto ciò ma io sentivo che sotto sotto si nascondeva qualcosa di pesante, fastidioso e inspiegabilmente ingiusto,  ed era quella maledetta sveglia del mattino che diceva ai bimbi fate presto e indossate il grembiulino che le otto sono già.

Ma come, le otto sono già?!?

Ma non era ferragosto?!

E io quel grazioso grembiulino lo indossavo, sì, ma allacciandomelo mi sentivo oppressa e ingiustamente privata della mia libertà, inghiottivo a stento quella polpetta di pigrizia e di malinconia e con un sorriso poco convinto alla fine me ne andavo comunque a scuola, con l’unico conforto del profumo del panino con lo sgombro sott’olio fatto in casa da mia madre che dava un tocco personale al mio omologatissimo zainetto col cagnolino rosa. L’arte di distinguersi.

Poi mi sedevo accanto al mio compagno di banco un po’ abbronzato come me e risentivo di nuovo l’odore del gesso e della lavagna, sentivo la copertina del libro di lettura dell’anno nuovo fare quel crack aprendolo e scrivendo il mio nome sulla prima pagina, ed ero felice che la mia vecchia maestra con la sua camicia a scacchi fosse ancora viva e che la ricreazione, in fondo, non fosse poi tanto lontana.

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fichi_secchi_collane_asciugare

mandorle_appena_raccolte

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Red obsession – il pomodoro #2

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I POMODORI SECCHI ALL’OLIO D’OLIVA.

Con capperi, basilico, aglio, origano e sole, tanto. Circa 30 ore. E a picco, come la Sicilia sa fare.

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Questi magnifici pomodori infatti, di produzione locale, biologica e con un profumo che ti resta nel naso per ore, sono stati ad asciugare sotto un originale e inequivocabile picu do’ suli dell’entroterra siculo. E io, signori, mi fregio di averli ora qui con me in terre di Francia. Secondo i miei calcoli potremo fare a meno dei riscaldamenti in casa per almeno tre giorni. Almeno in cucina.
Capisci di quanta energia si sono caricati questi pomodori quando essi ti vengono in aiuto con tutta la loro forza senza nemmeno averli chiamati, come i veri amici, come Biggs Darklighter e Luke Skywalker, per intenderci.

Quando il languore di metà pomeriggio di quel giorno che a pranzo hai mangiato solo un’insalatina scondita ti prende, loro sono lì, accanto a te.

Come per magia hai una spada laser fra le dita:

pomodori_secchi_vaso_forchetta2Che la forza sia con te.

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Novello Jedi, gongoli e ti sollazzi e senti l’energia dell’universo animarti e pensi che tutto sia possibile ma… attento, cavaliere: la forza non scorre da te ma attraverso di te. L’unica cosa a scorrere da te è un rivolo di olio dall’angolo della bocca. Prendi un tovagliolo e ritorni sulla terra, che è meglio…

E, dagli spazi siderali alla ricetta, ecco a voi ora, decisamente terra terra come mi pregio di saper elegantemente fare, le tappe fondamentali della creazione del mio barattolo di sole.

Tutto parte ancora una volta da lei, la regina incontrastata dell’estate:

cassetta_pomodori_bio_locali‘Na cascittedda di pumadoru, una cassetta di pomodori locali prodotti da contadini dell’entroterra ennese, biologici, sodi, zuccherini e di forma allungata, la stessa varietà che abbiamo utilizzato per le nostre conserve di salsa di pomodoro.

Con questi quindici chili di pomodoro abbiamo ottenuto circa un chilo di pomodori secchi. Pura essenza di pomodoro.

Step 1: salatura

Dopo averli lavati e tagliati a metà, abbiamo disposto i pomodori su una gratella cospargendoli abbondamente di sale:

pomodori_gratella_salatura
Step 2: copertura

pomodori_secchi_veloUn sottile velo di tulle di cotone o di mussola leggera proteggeva i pomodori da importunatori, alati e non…

Step 3: sotto la vampa d’agosto

A questo punto i pomodori non sono più vostri, ma del sole. Che al suo calare vi riaffiderà il compito di metterli al riparo durante la notte, soprattutto se come me effetturete l’operazione di essiccatura in campagna dove una intensa attività di animali notturni accende la loca noche agreste. Donnole, marmotte, ricci e porcospini, buttafuori, buttadentro e liste di ingresso chilometriche davanti alle tane più trendy…

pomodori_secchi_sole_montagne

entroterra_pomodori_secchi_sole_sicilia

Dicevo poco fa che, come genitori illuminati, è necessario lasciate i vostri pomodori al sole e alla vita, ma senza mai perderli di vista. Scrutateli e sorvegliateli, ma da lontano…pomodori_secchi_sole_siciliaA questo punto, eccovi una carrellata di immagini dei pomodori dopo uno, due e tre giorni di essiccatura al sole:

Primo giorno:

Alla fine della prima giornata di essiccatura, abbiamo nuovamente cosparso con una leggera spolverata di sale.

pomodori_soleSecondo giorno:

Delle piccole incisioni, effettuate con un coltello ben affilato, favoriranno la fuoriscita dell’acqua dai pomodori. I nostri sono grossi e consistenti e con essi questa operazione è assolutamente d’obbligo. Con un pomodoro ciliegino, che necessita ovviamente di molto meno tempo per essiccarsi, di certo non sarebbe stata necessaria.

pomodori_secchi_secondo_giorno_gratella

Terzo giorno:

pomodori_secchi_gratella

pomodori_secchi_gratella_Quarto giorno:

I pomodori trovano finalmente sollievo dai dardi del sole nel loro lettino di carta, pronti ad ungersi di oli e spezie preziose…

pomodori_secchi_sacchetto_cartaNel barattolo!

– Assicuratevi che i vostri pomodori siano completamente asciutti prima di riporli in un sacchetto di carta al fresco fino al momento in cui deciderete di metterli sott’olio.

– Per riempire un barattolo da circa 400 ml di pomodori sott’olio, portate ad ebollizione due litri d’acqua dove avrete disciolto mezzo bicchiere di aceto. Tuffate nell’acqua bollente acetilata quattro manciate di pomodori secchi e lasciate bollire per non più di tre minuti.

– Scolate i pomodori con una schiumarola e fateli raffreddare e asciugare su un canovaccio pulito per circa 12 ore.

– In una insalatiera mescolate i pomodori con olio extra vergine d’oliva, capperi sotto sale dissalati, basilico secco, origano, e spicchi d’aglio schiacciato. I miei ingredienti provenivano tutti dalla nostra campagna… Il mio orgoglio, ho una loro foto nel portafogli.

– Riempire il barattolo, precedentemente lavato, sterilizzato e asciugato,  avendo cura di stratificare i pomodori l’uno sull’altro. Ricoprire fino all’imboccatura con olio extravergine d’oliva e chiudere.

– Si conservano a lungo in un luogo fresco e buio e, una volta aperti, in frigorifero.

pomodori_secchi_paneBuona merenda!

😉

Red obsession – Il pomodoro #1

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Wishing summer would never end #1
La conserva di pomodori

“Quale mi dai oggi?” Chiedo arsa di sete e con i piedi insabbiati alla piantina come fosse il mio ortolano, mentre il prodotto del giorno mi cade fra le mani col suo carico di oro rosso liquido, come non aspettasse altro. Questa sono io di ritorno dal mare verso l’ora di pranzo, evidentemente colpita da un’insolazione e con tanta sete e tanta fame. Passo il pomodoro sotto l’acqua fresca e poi lo azzanno. Il sale, dov’è il sale, eccolo. Ne cospargo la ferita del malcapitato senza alcun sadismo, giuro, ma con lussuria, tanta. Mi si spalanca l’appetito, sì, questo è il migliore degli aperitivi. Ah, se ci fosse un po’ di pane… c’è, eccolo. In estate potrei vivere di questo. Mare, pane, pomodoro e sale. E, nei giorni in cui cui ho voglia di frivolezze, osare con cipolla, basilico e olio extra vergine d’oliva…

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La Sicilia da metà Agosto in poi odora di pomodoro cotto dal sole e dal fuoco. Fino ad allora si rifuggono fiamme e pentole e si vive di insalate e di pomodori ‘a strica sali, ma dopo ferragosto accade qualcosa. L’estate volge al termine e con essa i pomodori e l’istinto di sopravvivenza suggerisce di correre ai ripari. La sensazione di fine è angosciosa e drammatica e occorre esorcizzarla con l’unica nostra arma a disposizione: ‘u cuadaruni, il calderone. E siccome è comunque ancora estate ed ogni scusa è buona per far festa, vai col Tomatoes summer party!

pomodori_conserve_lavaggio

pomodori_calderone_conserve

Quello che vedete in queste foto è un oggetto sacro facente parte di un arcano rito di iniziazione, ‘u cuadaruni appunto…

pomodori_calderone_conserve

Siamo tornati a casa per le vacanza estive, dalla Francia siamo volati nel nostro amato entroterra siculo perchè per noi estate vuol dire Sicilia, non riusciamo a farne a meno. Da bambina le conserve di pomodoro si facevano in campagna con nonni zii e cugini e di quei lieti giorni io ricordo l’aria di festa, il cibo a fiumi, i gavettoni e il profumo della salsa che cuoce. Ma c’è anche un altro ricordo, più sottile e insinuante, di quelli che quando sei grande ne capisci l’essenza e che aveva il fascino e l’attrattiva del divieto: ‘u cuadaruni vugghienti, il calderone bollente.

Se eri un bambino, anche molto alto e robusto come me, braccia di mamme e nonne e zie istericamente apprensive ti strattonavano per allantonarti già a 20 metri dal pericolo. Avevi la sensazione che ti tenessero lontano dal cratere di un vulcano in eruzione e questo per me era magico. Un’orda di streghe buone intorno a un magico pericolosissimo calderone mescolava qualcosa che profumava di estate, dolce e nostalgica come un falò di ferragosto.

Quest’anno non solo accanto o’ cuadaruni ci sono stata, ma sono stata io stessa una delle streghe buone a mescolare la pozione magica. Sono diventata grande e questo rito di iniziazione è uno dei miei ricordi più belli di quest’estate.

Informandomi e cercando perle e consigli da chi sull’arte della conserva di pomodoro ha nozioni ed esperienze tramandate di nonna in nonna, mi si è aperta un’altra baluginante finestra nei ricordi: i buttigghi, le bottiglie. Fari i buttigghi era sinonimo di fare le conserve di pomodoro perchè per invasare e conservare la passata si utilizzavano le bottiglie, di birra o altro, riciclate. DIY & Recicle: la quint’essenza dell’ecochic. 🙂

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pomodori_conserve_bottiglie

Queste sono le mie bottiglie lavate e messe a sgocciolare sotto i 43° di un assolato meriggio siculo..

Ma passiamo allo step by step della lavorazione.

Abbiamo utilizzato pomodori biologici e locali di forma allungata, polpa soda e poco acquosa e dal sapore dolce ed equilibrato.

Con 4 casse da 15 kg di pomodoro abbiamo ottenuto 45 bottiglie da 75 ml di passata.

Fase 1: Lavaggio

pomodori_conserve_preparazione

pomodori_conserve_lavaggio_vasche

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Fase 2: Taglio

pomodori_conserve_taglio

Si consiglia di effettuare tutte le fasi della lavorazione, ma soprattutto quelle di lavaggio e taglio dei pomodori, in gruppi di almeno 10 persone preferibilmente di sesso femminile e tutte rigorosamente in costume da bagno. E’ importante che ci siano almeno tre mamme e una nonna, uno stereo a tutto volume e la discografia di Adamo da cantare a squarciagola, non vi preoccupate si impara in 4 giorni. Se il giornopossononpensarti…..

 

Fase 3: Tutto nel calderone!

pomodori_versare_calderone_conserve

pomodori_conserve_calderone

Fase 4: Spremitura!

Per evitare che il pomodoro si attacchi al fondo del calderone è necessario spremerlo un po’ con le mani. Non riuscivo a smettere…

pomodori_conserve_spremituraFase 5: Cottura

 pomodori_conserve_cottura_calderoneAggiungere il sale, noi ne abbiamo messo mezzo bicchiere, e cominciare la cottura a fuoco moderato mescolando frequentemente.

pomodoro_conserve_cotturaUna volta raggiunto il bollore abbassare la fiamma e cuocere fino all’ottenimento di una consistenza densa e corposa, il tempo di cottura dipende dalla qualità del pomodoro, i nostri dopo circa un’ora di bollore avevano questa consistenza.

Fase 6: Scolatura e separazione di succo, polpa e bucce.

pomodori_conserve_separa_bucce_polpaQuesto meraviglioso marchingegno a manovella sarà il vostro miglior amico. Da una parte avrete la polpa e dall’altra le bucce e i semini, come per magia. Si versa nel vaso dell’apparecchio la passata grossolanamente scolata dal succo acquoso del pomodoro (che noi abbiamo conservato e trasformato nel nostro personale gazpacho, condito con sale e pepe e ovviamente servito freddissimo e con cubetti di ghiaccio).

Quella che vedete qui sotto è la polpa di pomodoro separata dalla buccia e pronta ad essere riversata nel calderone per un’altra cottura di circa mezz’ora dalla ripresa del bollore. Noterete una differente qualità delle foto di queste ultime fasi della lavorazione che si sono svolte in notturna… alldaylonglastingparty! No cavalletto e iso alle stelleeeeee!!!!

pomodori_conserve_passataFase 6: Imbottigliamento e sterilizzazione.

Di queste fasi non ho documentazione fotografica ma uno sforzo di immaginazione manterrà il vostro cervello allenato e allevierà il mio senso di colpa in tal senso. Dai è semplice: imbuto, mestolo, versare, tappare (tappi nuovi mi raccomando, chiusi ermeticamente con l’apposita macchina se si tratta di tappi a corona come i miei) e sterilizzare. Per la sterilizzazione abbiamo avvolto le bottiglie in panni di tela e fatto bollire nel calderone per un’ora.

A questo punto arriva la difficoltà più grossa: spaghetti, pizza o polpette al sugo? Vi lascio soli con il vostro dramma perchè solo guardando in fondo a voi stessi troverete la soluzione.

State sintonizzati!

Nelle prossime puntate: Pomodori secchi al sole di Sicilia, un’insalata di pomodori moooolto particolare e il reportage di un viaggio in Sicilia che vi stupirà!

A presto!

Uovo in camicia e camicia d’uovo

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L’unica attività che farei in cucina quando torno a casa stanca e affamata la sera è sfregare la lampada magica (ne tengo una apposta sul frigo) e al limite fare quattro chiacchiere col genio sulla scelta del vino e del tovagliato.
Col tempo ho però capito che è in questi precisi momenti, quando per soddisfare bisogni primari si tende al massimo rendimento con il minimo sforzo, che il cervello umano si rinvigorisce di quella lucidità che solo un istinto di sopravvivenza affinato durante milioni di anni di evoluzione può dare. Mentre ti chiedi disperata e ora cosa diavolo cucino in 4 minuti e con un dispendio energetico limite di 10 calorie?, un lampo di genio (appunto) ti fa rispondere non solo a te stessa ma all’umanità intera, e capire che se a uno dei più spinosi e sconcertanti dilemmi esistenziali non si trova ancora soluzione è semplicemente perché la domanda è mal posta:
Chissenefrega chi è nato prima! Di certo l’uovo si cuoce prima della gallina! Eureka! Amore! A tavola!
Accendi il fornello sotto alla padella e rompi le uova felice di sapere che fra lo sprigionarsi del profumino irresistibile e lo sfamare egregiamente te e tuo marito passeranno meno di quattro minuti. Mentre metti la musica e apparecchi. Una candela accesa fra i vostri due piatti ed ecco che, come girasoli dopo la pioggia, quattro tuorli scintillano madidi di un filo d’olio e spruzzati di pepe nero e un pizzico di fior di sale. Perché non è un piatto veloce. È un piatto talmente veloce che hai anche il tempo di accendere la candela.
Ti siedi a tavola mentre il genio se ne rientra nella lampada e tu capisci che a un energumeno capace di attraversare quella fessurina puoi veramente chiedere qualsiasi cosa, e che quella vecchia lampada presa a quel mercatino dell’usato è stato davvero un ottimo acquisto.
Dopo cena, chiacchierando soddisfatti e giocherellando con le briciole sulla tovaglia, dico che anche alla domanda è più bello l’uovo o la gallina, ad un ipotetico concorso di bellezza, io sceglierei Miss Uovo e non certo per una questione di giovinezza (le zampe di gallina sono solo una questione di tempo anche per lei) ma perché si sa, l’uovo è perfetto. Aggiungo anche che l’uovo è simbolo di abbondanza, maschile al singolare e femminile al plurale, sano, serio, scopo matrimonio … ok, l’ho scelto: l’uovo è l’alimento ideale per cominciare una mia relazione stabile con un blog.
Io sono Nicoletta, NBC è il mio blog e nel mio primo post ho scelto di raccontarvi il modo in cui due grandi chef, completamente diversi tra di loro, si relazionano con un uovo.
I due interpreti in questione sono Paul Bocuse, pluristellettato cuisinier du siècle, papa della cucina per molti, e mia nonna Filippa, la cuoca migliore del mondo per me.

CAMICIA D’UOVO
Chef: mia nonna Filippa

La più remota ricetta di uova della mia memoria è la camicia d’uovo di mia nonna Filippa. Siete i primi in assoluto a conoscere il nome di questa ricetta creato dalla mia mente di bambina e gelosamente custodito fino a questo momento. (Che culo, eh?)
La sua origine deriva dal fatto che l’uovo fritto di mia nonna assumeva l’aspetto di una camicia.

Camicia_d'uovo

Da bambina, guardando le sue uova fritte, vedevo tante piccole camicine con le manichette ben piegate, in bella posa sul piatto al centro della tavola, impilate in una piramide più o meno in equilibrio, divorate da figli e nipoti mentre lei finiva di preparare la cena di cui quello, essendo la nostra una tipica inappetente famiglia dell’entroterra siculo, era solo un frugale antipasto.
Ogni uovo fritto e deposto nel piatto aveva la sua indipendenza, la sua individualità, aveva vissuto il suo momento da unico protagonista della padella in un brillante One egg show.
Mia nonna prendeva 12 uova e le metteva a dondolarsi sul ripiano di marmo della sua cucina. Poi prendeva una padellina, abbondante olio extra vergine d’oliva, una bella fiamma allegra e, uno alla volta, friggeva l’uovo lasciandolo cadere, completamente noncurante degli schizzi, da una certa altezza e con una certa verve, su un fuoco vivace che le permettesse di ottenere una cottura intensa e immediata, una bella crosticina ai bordi e un tuorlo morbido e fondente. Dopo circa 2-3 minuti nell’olio caldo, l’uovo era pronto a guarnirsi di un pizzico di sale, una macinata di pepe nero e un po’ di pecorino siciliano stagionato grattugiato.
Ma prima accadeva una cosa speciale. Mia nonna prendeva una forchetta e, con un gesto repentino e meccanico, pungeva con i rebbi della forchetta il rosso che puf!, scoppiava. Ai miei occhi questo era un sacrificio rituale magico dall’oscuro significato. Ma il bello doveva ancora venire. L’ingrediente essenziale della ricetta è la caduta dell’uovo nella padella, fondamentale nella formazione delle maniche della camicia, appunto. Mia nonna, come detto, non badava agli schizzi in cucina. Semplicemente se ne fregava. Cu mangia fa muddichi, fiuràmuni cu cucina diceva. (Traduzione: Chi mangia sparge briciole, figuriamoci chi cucina.) Faceva cadere l’uovo nell’olio bollente da un’altezza tale e con uno slancio per cui inevitabilmente il bianco si raggrumava nella padella come una macchia di pittura bianca caduta dall’alto. Splat! In questa macchia bianca io vedevo una camicia con tanto di maniche. Mah. Credo, anzi, sono sicura che lei non avesse alcuna consapevolezza di ciò. Per lei erano semplicemente ova friùti, tous simple, without any frills. Gli unici fronzoli ai quali mia nonna cedeva in cucina erano i suoi famosi sgherzetti (Traduzione: ghirigori) sulla crema, il suo biancomangiare, dalle nostre parti chiamato semplicemente crema e senza l’ombra di mandorle, la nostra cultura, quella dell’entroterra ennese, è troppo legata alla farina di grano, tant’è che anche la nostra polenta, (anche se è decisamente improprio chiamarla così perché è più una minestra di farina e verdure) la frascatula, di cui vi parlo qui , è fatta con farina di grano.
A quel punto mia nonna metteva il ripieno che ho detto prima al centro di questa camicia e poi, con i rebbi di una forchetta, fregandosene anche del teflon che si rigava, beata lei, ne piegava le maniche l’una sopra l’altra. Prendeva quindi la camicia d’uovo con la forchetta e la adagiava nel piatto. Impilava le dodici uova così fatte una dopo l’altra nella piramide che cresceva grazie a lei e decresceva grazie a noi. Nelle famiglie e in cucina stabilire dei ruoli è fondamentale.
Non mancava mai nella tavola domenicale di mia nonna anche la sua famosa cipollata rossa di cipolle bianche di cui vi svelo il segreto qui.

ŒUF POCHÉES À LA BEAUJOLAISE

Chef: Paul Bocuse

Per parlarvi di questa ricetta non ho attinto a ricordi d’infanzia ma a un libro, Best of Paul Bocuse, ses 10 plus grandes recettes tout en images, di cui letteralmente adoro la foto in copertina.
Best_of_Paul_Bocuse

Questa ricetta mi ha stregata sia per la sua facilità di esecuzione che per il suo effetto shocking sull’ignaro commensale che, soprattutto se provvederete a declamargli il piatto con il suo nome originale e con una perfetta pronuncia francese, penserà che avete inghiottito un libro di haute cuisine, che avete passato la giornata a cucinare per lui e, soprattutto se servite il piatto come frugale antipasto, che avete speso una fortuna. E invece le uova che ve lo dico a fare, il beaujolais è il vino più sfigato di Francia e l’esecuzione del piatto richiede 20 minuti di orologio. Per non perdere dunque l’occasione di spacciarvi impunemente per cuochi raffinati e facoltosi vi consiglio di non chiamare questo piatto Uova con salsa al vino anche se è esattamente ciò che sono.

Œufs_pochés_Beaujolaise_Bocuse

Il nostro amico Paul parte da una ciotola piena d’acqua fredda e ghiaccio e da un pentolino preferibilmente di 20 cm di diametro. All’acqua bollente del pentolino, sempre sulla fiamma, Paul aggiunge dell’aceto bianco. Rompe l’uovo in una ciotola e, cosa fondamentale perché esso si incamici, crea un piccolo vortice nell’acqua bollente prima di lasciarvelo scivolare dentro delicatamente. Lascia cuocere per non più di tre minuti e ne verifica la cottura con la punta delle dita, si deve sentire un po’ di resistenza. Recupera l’uovo con una schiumarola e lo immerge nell’acqua fredda. Questo ne blocca la cottura.
Paul prepara la salsa: realizza una maionese con un rosso d’uovo, un cucchiaino di mostarda, 150ml di olio di semi, 50 ml di olio extravergine di oliva leggero e un pizzico di sale.
Poi passa alla guarnitura. Taglia una fetta di pane in cassetta con un copapasta tondo in dischetti della dimensione dell’uovo e in cubetti e li fa dorare in padella con dell’olio extravergine d’oliva.
La preparazione della salsa continua: Paul versa in una padella bagnata (per evitare il contatto diretto del vino con la padella calda) un bicchiere di vino beaujolais e un cucchiaino di zucchero e riduce il tutto a uno sciroppo non troppo denso. Lascia raffreddare e lo incorpora progressivamente alla maionese.
A questo punto Paul taglia le irregolarità filamentose dell’uovo (in francese Ébarber, sbarbare) per dargli una forma tonda, e trita finemente il prezzemolo e il cerfoglio.
Paul compone il piatto: depone nel piatto fondo un crostino tondo e vi adagia un uovo in camicia. Nappa con un cucchiaio di salsa al beaujolais, decora con i cubetti di pane dorato e del prezzemolo e del cerfoglio tritati. Irrora per ultimo con un filo d’olio extravergine d’oliva e un giro di mulino di pepe (traduzione letterale dal francese utilizzata per indicare la quantità di pepe da utilizzare;-))

Et voilà!